Tocca a noi, ora, assumere le nostre responsabilità e affermare che il futuro del Paese ci riguarda

lug 4, 2012 Categorie: Documenti

Intervento di Sandra Zampa all’iniziativa Todo Cambia a Parma il 29 giugno 2012

“Gesù annunciava il Regno di Dio ma è la chiesa che è venuta”. Alfred Loisy, insigne storico che ai primi del ‘900 si batteva per affrontare in modo non apologetico il problema delle origini del cristianesimo concludeva così un suo celebre studio. Immagino vi sembri strano che inizi con una citazione così il mio intervento. Giunta a conclusione, sono certa che capirete la scelta.

La storia e la politica mi hanno  sempre appassionato. Molto. Del resto si intrecciano strettamente quando si cerca di comprendere il passato. E la politica, in ultima istanza, è l’unico strumento che donne e uomini hanno a disposizione per tentare di padroneggiare il proprio futuro.

E questa era l’ambizione del Pd, per questo l’abbiamo voluto! E’ il primo partito cui mi sono iscritta. Avevo vissuto da tifosa, oltreché da giornalista, la vicenda ulivista. Chi ha creduto nell’Ulivo sentiva il dovere di dare all’Italia una speranza e il diritto di affermare un progetto di cambiamento del Paese.

Dopo la vittoria del primo governo ulivista, guidato da Romano Prodi, quella possibilità sembrava a portata di mano. Ricordate Andreatta, Scoppola, le “visionarie” intuizioni di Arturo Parisi? Quelle intuizioni furono irrise da chi aveva considerato il progetto dell’Ulivo un male necessario, una parentesi da chiudere al più presto.

Sembrò in seguito che D’Alema (che non ha mai nascosto il proprio pensiero in tal senso) avesse cambiato idea ma i fatti hanno dimostrato che non era così. Quella convinzione politica, espressione di una cultura incapace di vera innovazione era largamente dominante nel sistema politico italiano.  “Il problema per il Pd- ebbe a dire nei giorni della sua nascita il politologo Piero Corbetta– non è la sua base elettorale, ma la sua classe politica. E’ la classe politica adeguata che manca, non il popolo che è pronto ad aderire a un progetto nuovo”. La situazione non è cambiata di molto.  Andate a rileggere il Manifesto del Pd se volete misurare la distanza dal traguardo che ci eravamo prefissati di raggiungere.

Un Pd aperto alla società, unitario e plurale.

Un Pd capace di mettere al centro la sovranità degli elettori, la scelta del governo al momento del voto, primarie per l’investitura del candidato premier, legge elettorale maggioritaria.

Nuove istituzioni per assicurare al Paese una democrazia forte in grado di governare e decidere.

Un partito effettivamente democratico anche nella sua vita quotidiana. E – pensate eravamo nel 2007- utile a “ridurre i privilegi impropri della dirigenza politica”.

Se avessimo proceduto in tal senso, noi per primi,  come ci eravamo impegnati a fare, quanta antipolitica avremmo evitato! La distanza tra quelle affermazioni che avevano davvero saputo interpretare il futuro, leggere i segni dei tempi, è enorme! Solo un rinnovamento radicale della sua classe dirigente può restituirci la speranza. Non è una questione anagrafica. E’ una questione squisitamente politica. I nostri dirigenti, invece che guardare avanti, si sono tanto spesso voltati indietro da trasformarsi in statue di sale! E quante incoerenze con le parole pronunciate o scritte: merito, competenza… Pensate all’ultimo, straordinario risultato di un dermatologo alla presidenza dell’Autorità per la privacy. Non è stato per caso che è accaduto. Non e’ stato un errore. E’ che i nostri dirigenti hanno indossato le nuove parole ma non le hanno, se non a tratti e costretti, praticate. Si rifiutano o, forse, sono incapaci di prendere atto che un’epoca è finita. Ignorare questo dato significa moltiplicare il numero di coloro che preferiranno astenersi dal voto o disprezzare la politica. Le correnti sono stimabili quando nascono per affermare idee. Ma sono perniciose e intollerabili quando producono idee utili solo a giustificare la propria esistenza, quando si organizzano solo per partecipare alla spartizione di potere e di poltrone.

Quando poi il fenomeno riguarda “i cattolici” che sventolano la bandierina al momento opportuno, come se la fede fosse condizione per stare in parlamento, non si può che dire che è gravissimo. Siamo molto vicini ad una oligarchia che difende se stessa. Non basta tutto questo per chiedere che dopo tre mandati lascino? Non è una questione di anagrafe. L’ho già detto. É’ che chi è al comando nel partito sta in sella da vent’anni o giù di lì. Ha perso molte battaglie e ha vanificato alcune vittorie. Anche elettorali. E’ che la gran parte di loro è ammalata di una vecchia cultura politica e ama troppo la propria malattia. Quella è la malattia, non l’antipolitica! L’antipolitica è il sintomo. I segni dei tempi non vengono colti, anzi vengono rifiutati.

E, per tornare alla storia, vi dico che in quella chiesa “che e’ venuta” certo non coincidente con il Regno di Dio, c’è però stato un uomo assai anziano, un certo Roncalli, capace di promuovere la rivoluzione convocando un concilio. Io so che noi abbiamo la forza per quella rivoluzione.

La giovinezza del pensiero non è certificata dall’età. Troppi si accodano silenziosi alle decisioni dei capibastone pur di entrare in politica o restarci. Conserverò per sempre un sms che mi ha inviato un collega assai stimabile, di prima legislatura, al quale contestavo la vicenda della Privacy. Mi ha scritto: “quelli come noi rappresentano il 10% dei gruppi. Quando va bene. Gli altri ubbidiscono anche nel segreto dell’urna”. La giovinezza è il possesso di un progetto per il futuro ed e’ il coraggio, la tenacia di lottare per realizzarlo. Certo, la politica è mediazione. Ma tra mediazione indispensabile per inverare un progetto e il “bricolage” quotidiano o la svendita (che si manifesta ogni volta che ci consegnamo mani e piedi a Casini in nome dell’alleanza coi moderati) c’è una bella differenza.

Noi siamo ora chiamati a nuove primarie. Dovranno essere aperte e corrette e dovranno anche sembrarlo. Servono a scegliere il nostro candidato alla guida dell’Italia. Non il segretario di partito. Non corriamo a schierarci appena schioccheranno le dita. Misuriamo i candidati sulla base dei loro programmi per il Paese. E sulla base della loro adesione a quei valori innovativi che seppero suscitare un tempo, che oggi sembra così lontano, entusiasmi straordinari, lunghe code ai gazebo, speranze ed energia. Che Italia vogliono? Come pensano di rispondere alla richiesta drammatica di un cambiamento se non si battono per una legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere? Con chi pensano di costruire la condizione per la vittoria?

Tocca a noi, ora, assumere le nostre responsabilità e affermare che il futuro del Paese ci riguarda. E c’è un solo modo per farlo. C’è’  un signore di 73 anni che corre in bicicletta, gira il mondo a far conferenze, lavora per la riunificazione politica dell’Africa in un solo continente. Un signore che oltre dieci anni fa, quando la costituzione europea fu bloccata dal voto negativo della Francia, affermò che la necessità dell’Europa politica, sarebbe stata resa evidente alla prima grande crisi che inevitabilmente l’avrebbe attraversata. Quel professore ci ha detto:  non aspettatevi che vi cedano il posto, conquistatevelo.

Facciamo questo patto tra noi, qualunque sia la scelta che faremo alle primarie: lavoriamo insieme per conquistarci quello spazio.

On. Sandra Zampa

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abc last lug 4, 2012 Categorie: Documenti

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