La Signora della Pace

Incontro con Aung San Suu Kyi, la Signora della Pace

Articolo di Sandra Zampa e Albertina Soliani su Famiglia Cristiana del 21 aprile 2013

Aung San Suu Kyi, figlia dell’eroe dell’indipendenza birmana, premio Nobel per la pace nel 1991 e oggi leader dell’opposizione politica in Myanmar, ci accoglie nel suo ufficio parlamentare a Naypyidaw, la città fortezza che i militari vollero costruire per rappresentare il loro immenso potere. Una città strappata alla giungla, che sembra disabitata, a quattro ore d’auto dalla vecchia capitale Rangoon, dove sono rimaste istituzioni e organizzazioni politiche. ambasciate estere comprese.

Per raggiungerla è stata realizzata un’autostrada a quattro corsie che nessuno percorre e lungo la quale può capitarti di vedere donne che, sotto un sole inclemente, fanno manutenzione all’asfalto o raccolgono pietre per costruire qualcosa nel proprio villaggio. La Signora, come viene chiamata dai leader politici e dal mondo diplomatico, Ma Ma per i birmani, ci accoglie in modo inaspettato: un grandissimo abbraccio, il segno di una gratitudine che, in realtà, è reciproca. La nostra, per la sua straordinaria testimonianza per la democrazia e la libertà. La sua, nei nostri confronti, per il sostegno al suo impegno fin dagli anni bui dei suoi arresti domiciliari, anche attraverso l’associazione parlamentare italiana Amici della Birmania.

I fiori nei capelli raccolti, i gesti eleganti, indossa il tradizionale abito del Kachin, lo Stato più settentrionale del Myanmar, travagliato da un conflitto estenuante che solo ora sembra trovare uno sbocco possibile. Accoglie con stupore i doni che le portiamo dall’ltalia: «Non è il mio compleanno e neanche Natale!». Passa in rassegna la raccolta delle opere Verdiane. La sua preferita, ci confessa, è l’Aida. Della crisi politica che paralizza l’ltalia, la Signora è ben informata. ll suo commento arriva prima con un sorriso e poi con poche parole: «Il vostro Parlamento è ben vivo». Lo dice con ammirazione evocando quello birmano in cui lei siede dal 2012, quando, candidandosi con la Nation League for democracy (Nid), ha vinto con il 99 per cento dei consensi 42 seggi su 43, Non è convinta dal “cambiamento” avviato dall’attuale Governo civile guidato dall’ex generale Thein Sein, certamente insufficiente a definire “democratico” il sistema. In Parlamento il 25 per cento dei seggi è riservato per dettato costituzionale ai militari, quanto basta per porre il veto a qualunque proposta di legge e per condizionare la scelta del presidente della Repubblica.

Tenace e determinata nella resistenza alla Giunta militare in nome della democrazia e dei diritti umani anche per i lunghi anni trascorsi da prigioniera nella casa sul Iago donata alla sua famiglia dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San, la Signora vuole oggi che la transizione avviata nel suo Paese verso una democrazia piena si compia al più presto. Per questo ci dice senza reticenze che «molte cose devono ancora cambiare e devono cambiare subìto». Un ruolo politico che segna la seconda fase della sua vita. Mentre lasciamo il Myanmar è in Corso il congresso della Lega nazionale per la democrazia, il primo dopo vent’annì di clandestinità, che a conclusione dei lavori l’ha proclamata leader del partito e, dunque, candidata alle elezioni presidenziali del 2015.

Per la Signora è davvero cominciata la campagna elettorale. La sfida è durissima perché la partita è vitale e il Governo del presidente Thein Sein eserciterà tutto il suo potere politico e finanziario per ostacolare la sua vittoria, che oggi appare inevitabile. Ciò che gli osservatori internazionali chiamano “l’inferno della realtà”, in cui Aung San Suu Kyi si è calata, dopo la decisione, sostenuta dai leader del mondo e dall’Europa, di candidarsi alle elezioni suppletive del 2012, è in realtà la sua lucidissima scelta politica di aprire il confronto con il Governo per avviare la fase di transizione democratica svolgendo il suo ruolo di parlamentare d’opposizione fino in fondo. Ciò significa entrare nei problemi. Nei giorni scorsi è stata lei infatti, e non il capo del Governo, a recarsi nel Nord del Paese per incontrare gli abitanti dei villaggi che protestano contro l’ampliamento della più grande miniera di rame come previsto da un contratto siglato dal Governoncon la Cina. Un’iniziativa che testimonia lansua volontà di assumersi già da ora la responsabilità di governo e di farlo in modo democratico. La seconda fase, in cui Aung San Suu Kyi è entrata, è cruciale perché deciderà della terza, quella del governo del Paese. Una partita difficile cui il mondo non può restare indifferente perché non si aiuterebbe la democrazia in Myanmar se il grande sforzo della Signora non venisse sostenuto. E anche noi del gruppo interparlamentare Amici della Birmania lavoreremo in questa direzione per un futuro di pace e democrazia in questo travagliato Paese, a fianco del Nobel Aung San Suu Kyi.

 

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abc last apr 19, 2013 Categorie: Media ,Sui mass media
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