Bambini soldato: le vittime innocenti e le responsabilità della società “civile”

mar 16, 2009 Categorie: Media ,Sui mass media
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un bambino soldato nella guerra del Congo

un bambino soldato in Congo

Vittime innocenti

Le responsabilità della società “civile”

su SocialNews nel numero di Febbraio 2009

È necessario creare le condizioni affinché gli Stati assumano e rispettino gli impegni sottoscritti, perché si giunga alla risoluzione dei conflitti, perché gli aiuti umanitari siano adeguati al dramma di milioni di bambini e adolescenti.

Nell’ultimo decennio circa due milioni di bambini hanno perso la vita in conflitti armati. Solo nel 2006, 18,1 milioni di bambini sono stati costretti ad abbandonare le proprie comunità, 5,8 milioni ridotti alla condizione di profughi e 8,8 milioni sfollati all’interno dei confini dei loro paesi. Sono questi i dati del Rapporto “Children and Conflict in a Changing World”, curato dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale dell’ONU per i bambini in guerra, Radhika Coomaraswamy, e presentato all’Assemblea Generale dell’ONU il 17 ottobre 2007, a dieci anni dal fondamentale Rapporto di Graça Machel “L’impatto dei conflitti armati sull’infanzia”. Il Rapporto sottolinea che molto è stato fatto a favore della “definizione di una solida cornice legale per la protezione dell’infanzia”, ma allo stesso tempo denuncia che “molto deve essere ancora fatto, per assicurarne l’ottemperanza, per combattere l’impunità e affrontare tutte le violazioni contro i bambini”.

È questa la prospettiva, il nodo cruciale e la domanda che deve interrogare le coscienze di tutti, in particolare di chi ha assunto responsabilità di governo e di rappresentanza nelle organizzazioni mondiali e nelle istituzioni. Promuovere nelle nostre comunità un’autentica cultura di solidarietà, di pace e di rispetto dei diritti umani per la realizzazione di una società attenta e rispettosa dell’infanzia è un impegno necessario ora, non può essere rimandato oltre.
L’attuale contesto di grave crisi finanziaria costituisce un nuovo e più drammatico rischio per i Paesi del terzo mondo. Il Continente africano è teatro di sanguinose lotte intestine e di violente guerre alle quali partecipa un numero elevatissimo di bambini. Oggi ci sono circa 300.000 bambini soldato nel mondo, di cui 15.000 in Liberia e più di 20.000 nella Repubblica Democratica del Congo. L’Africa rischia di essere tagliata fuori, di restare isolata e di vedere precipitare le speranze di realizzazione della pace.

Prima del nuovo conflitto del dicembre scorso, l’80% della popolazione di Gaza contava, per la propria sopravvivenza, sugli aiuti umanitari. Oggi si contano circa 1.500 vittime, 480 bambini sono rimasti uccisi, 1900 sono feriti gravemente. Ogni bambino coinvolto nei tanti e drammatici conflitti porterà con sé, dentro di sé, il più terribile dei dolori, la più grande delle sofferenze. Ogni bambino sottratto al reclutamento forzato, salvato dalla schiavitù, dai campi minati sui quali è stato costretto a correre per aprire la strada all’esercito, messo in salvo dalla prostituzione, richiede le cure più attente, supporto psicologico, lunghi periodi di riadattamento alla vita. Solo i più “fortunati” possono riunirsi ai genitori, troppi sopravvivono ma restano soli, sradicati dai loro territori, privati di possibilità di istruzione, menomati dalle mine. Vittime di una logica che di loro non tiene conto, se non come forza numerica da “utilizzare” contro il nemico.

Le drammatiche condizioni di povertà e, talvolta, un percorso di reinserimento non sufficientemente preparato (spesso per la carenza di fondi destinati ad una seria azione di counselling psicologico), accrescono le difficoltà di questi bambini che rischiano di non essere accolti e accettati dalla loro comunità di appartenenza, una volta sottratti alla brutalità della guerra. La comunità del villaggio e, spesso, le loro stesse famiglie li respingono. Il terrore e il senso di abbandono li spinge così, non raramente, ad unirsi alle frange dissidenti: vittime e, allo stesso tempo, carnefici per terrore e perdita di ogni legame affettivo.

un bambino soldato in Birmania

un bambino soldato in Birmania

Rimane da fare davvero tanto. Non basta, infatti, prendersi cura dell’infanzia brutalizzata. È necessario creare le condizioni adatte perché gli Stati assumano e rispettino gli impegni, da loro stessi sottoscritti. Perché si giunga alla risoluzione dei conflitti. Perché gli aiuti umanitari siano adeguati al dramma di milioni di bambini ed adolescenti impegnati in azioni di guerra e di resistenza armata. Pace, rispetto dei diritti umani, democrazia. Sono i valori fondanti dell’Unione Europea, nei quali i paesi membri si riconoscono. Il ruolo di mediatore di pace e l’azione di prevenzione dei conflitti che l’Unione svolge nel nostro Continente devono rafforzarsi, nella piena consapevolezza che l’identità futura europea sarà determinata anche da efficaci ed eque azioni di politica estera.

Incrementare le risorse civili per la gestione dei conflitti, favorire le azioni di sensibilizzazione e di confronto nella società civile, promuovere un migliore coinvolgimento delle organizzazioni certificate che lavorano per la risoluzione pacifica dei conflitti sono priorità urgenti in vista delle prossime elezioni europee. Le responsabilità politiche dell’Europa sono di grande rilievo anche nella prospettiva della soluzione dei conflitti in essere. L’Europa non può trascurare il suo diretto coinvolgimento nell’attuale scontro israelo-palestinese (si pensi al ruolo che l’Unione può svolgere nella realizzazione dell’Unione Euromediterranea, progetto assunto sei mesi fa dalla UE). Allo stesso modo, gli stati membri ed i loro governi devono tornare ad essere attivi promotori di azioni per la pace.

Anche il nostro paese deve tornare a svolgere, per ciò che attiene il medio oriente, quel ruolo di strategica importanza che ha già dimostrato di poter svolgere, come fu per la guerra del Libano durante il Governo Prodi. Nell’attuale conflitto medio orientale, invece, il nostro coinvolgimento è del tutto marginale. Sottrarsi al compito di svolgere un ruolo di leadership responsabile, in questo momento, è segnale di grave inadempienza nel processo di costruzione di una pace duratura. Senza condizioni stabili di pace non sarà possibile garantire a nessun bambino i diritti fondamentali dell’infanzia. A queste responsabilità sono chiamati gli Stati, le Nazioni Unite e tutta la società civile. Sottrarsi a queste responsabilità significa cancellare le possibilità di realizzare un futuro di pace.

Sandra Zampa
Deputato, Componente della Commissione Bicamerale per l’Infanzia,
Portavoce del Presidente Romano Prodi

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